I giovani archivisti e la loro posizione sulla norma tecnica UNI

L’associazione dei giovani archivisti ARCH.I.M ha voluto esprimere la propria posizione rispetto alla discussione, in corso in questi giorni, sulla bozza di Norma UNI n. U30000740 che definisce la professione di Archivista.

ANORC ha più volte ribadito le sue perplessità  sulla norma in questione che non tiene conto della multidisciplinarietà  della figura del Responsabile della conservazione come invece chiaramente ribadito dall’art. 44, comma 1-bis del CAD.
Nello specifico, nel comunicato di ARCH.I.M si riporta l’emendamento proposto dai giovani archivisti relativamente alla p. 10, par.4.3/6.1:

“L’archivista non ha competenza sugli aspetti tecnico informatici della progettazione, bensì collabora con la figura professionale dell’informatico e tutte le professionalità  coinvolte nella progettazione di sistemi informatici. Collabora, altresì, con i professionisti individuati dalla vigente normativa per la gestione dei sistemi informatici, quali il responsabile del trattamento dei dati, il responsabile della conservazione e quanti altri cui lo sviluppo della normativa affidi tale incarico” questo al fine di evitare che le molteplici competenze dell’archivista non eccedano il perimetro di attività  che, invece, richiedono una forte interdipendenza con altre figure professionali individuate dal CAD“.

ARCH.I.M, quindi, condivide alcune delle argomentazioni principali di ANORC, sostenendo l’importanza che nella gestione e conservazione documentale ci sia un confronto sulle diverse discipline e competenze.
I giovani archivisti inoltre, per ribadire il concetto fanno riferimento alla legge n.4 del 14 gennaio 2013, “Disposizioni in materia di professioni non organizzate” riportando quanto stabilito dall’art. 4:

“L’esercizio della professione è libero e fondato sull’autonomia, sulle competenze e sull’indipendenza di giudizio intellettuale e tecnica, nel rispetto dei principi di buona fede, dell’affidamento del pubblico e della clientela, della correttezza, dell’ampliamento e della specializzazione dell’offerta dei servizi, della responsabilità  del professionista”
mettendolo a confronto con quanto riportato nella bozza della norma UNI (Cfr. p.2, art. 3.3 e 3.4) circa le definizioni dei termini di apprendimento che si intendono conseguiti dal professionista:
“Formale: derivante da attività  formative, intenzionali e strutturate, realizzate da enti/istituzioni d’istruzione e formazione riconosciuti da un’autorità  competente; comporta il rilascio di titoli aventi valore legale. Non formale: derivante da attività  formative, intenzionali e strutturate, realizzate in qualsiasi ambito diverso da quello formale; non da luogo al rilascio di titoli aventi valore legale. Informale: derivante da esperienze lavorative, da quelle di vita famigliare ed anche dal tempo libero; non è un’attività  volutamente strutturata e, alcune volte, l’apprendimento non è intenzionale.”

In particolare, in relazione ai paragrafi 6, 6.1, 6.2 alle pagine 28-29, in cui si determinano i “criteri valutativi per l’apprendimento non formale ed informale”, ARCH.I.M sostiene che “pur condividendo l’opportunità  di lasciare margine di declinazione per l’ampia casistica della professione d’archivio – tali criteri prefigurino la formalizzazione di un “˜intermediario di valutazione’ della qualità  del professionista che ci appare incompatibile con il citato Art.4 della Legge 4/2013. Gli Archivisti diplomati e laureati dispongono di un titolo rilasciato dallo Stato avente valore legale. Nel rispetto della pluralità  della committenza e delle libertà  concesse dalla Legge 4/2013, quanti di noi rivolgono la propria attività  al mercato privato ritengono che il criterio necessario e sufficiente per esercitare in libera e leale concorrenza sia il possesso dei titoli legalmente riconosciuti e del proprio bagaglio di competenze acquisite (intendasi Curriculum Vitae). Quanti di noi intendono invece rivolgersi al committente pubblico si chiedono perchè venga loro proposto un iter sempre più selettivo di accesso al lavoro (laddove appare verosimile che l’opzione della Certificazione del Professionista – sebbene facoltativa e non direttamente legata alla norma di cui in oggetto – tenderà  ad essere assunta come titolo base di competenza) a fronte di un trend che vede la Pubblica Amministrazione avvalersi in modo sempre più massiccio dell’impiego di lavoro volontario o socialmente utile.”

E proprio i titoli legalmente riconosciuti e il bagaglio di competenze acquisite sono i parametri per l’iscrizione al registro dei Responsabili della Conservazione istituito da ANORC Professioni: le competenze dei candidati vengono valutate da un team di esperti nazionali e non si fermano alle sole nozioni archivistiche ma spaziano verso gli aspetti più propriamente giuridici e informatici, prevedendo una preparazione eterogenea e flessibile che mal si concilia con una visione tradizionale dei profili professionali chiusi e delimitati.

Per tutte queste e altre ragioni che abbiamo più volte esplicitato la norma tecnica UNI, ora in fase di consultazione pubblica, non deve essere approvata in quanto non rispecchia nè le reali esigenze pratiche che la conservazione digitale pone nè le direttive impartite dalla normativa vigente.