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«Perché egli veda, esamini, metta in ordine e sistemi negli armadi le lettere, carte, privilegi, al fine di conservarli il meglio possibile perché siano il più sicuramente e il più facilmente utilizzabili quando ciò si renderà necessario. E che egli faccia tutto quanto è necessario per conservarli in modo sicuro e per ritrovarli rapidamente»
Con queste parole, nel 1309, Filippo il Bello nomina Pierre d’Etampès archivista di Stato. Da una prima analisi delle mansioni che Pierre è destinato a svolgere, si può facilmente intuire come ci si trovi in presenza di un archivista “primordiale”, che nella sua onniscienza è in grado di soprintendere intuitivamente sia alla fase gestionale, che a quella conservativa della documentazione di Stato. Volendo instaurare un confronto – volutamente forzato – tra una situazione tanto semplice e lineare come quella di una corte medievale e quella attuale, meno idilliaca, ma sicuramente più articolata, ciò equivarrebbe a nominare oggi Pierre Responsabile della gestione documentale (ovvero Coordinatore, dacché il Regno di Francia sarebbe troppo esteso da essere ridotto ad un’unica AOO!) e, insieme, Responsabile della Conservazione. Il che sarebbe effettivamente possibile ai sensi dell’art. 7, comma 4 del DPCM del 3 dicembre 2013, contenente le Regole tecniche in materia di sistema di conservazione, nel quale si prevede la possibilità che i due ruoli siano svolti dalla stessa persona, all’interno delle pubbliche amministrazioni. Tuttavia proseguendo il confronto con lo scenario attuale, l’eventuale scelta di Pierre di intraprendere una carriera nel digitale, risulterebbe affatto priva di criticità. Non a causa delle sue origini medievali, malgrado le quali potrebbe comunque subire il fascino del mondo 2.0 (o 4.0, come già si prospetta), bensì a causa delle restrizioni imposte dalla sua scelta professionale d’origine. Il profilo di archivista di Stato, di fatto, si discosta (quasi) completamente, per requisiti ed esperienza, dalle competenze richieste per il settore digitale. 
Immaginiamo infatti il nostro protagonista partecipare a un bando di concorso pubblico, come quello recentemente indetto dal MiBACT – considerando che, ahimè, oggi non è più sufficiente una nomina regia per essere assunti a tempo indeterminato -. Il “concorsone” offre la possibilità di assunzione a tempo indeterminato a 500 funzionari da inquadrare nei diversi profili professionali di settore: nello specifico per la figura di “archivista” è prevista la messa a disposizione di 95 posti. Tralasciando alcune evidenti criticità legate al concorso (pubblicato dopo un silenzio pluridecennale, durante il quale intere generazioni di archivisti hanno continuato comunque a formarsi e a sperare nella pubblicazione di un bando, i cui posti previsti non bastano neppure a soddisfare la metà della metà di tali aspettative, disattese in ogni caso dall’evidente sperequazione tra nord, centro e sud per l’individuazione delle sedi di destinazione), immaginiamo il nostro Pierre alle prese con la preparazione. Per l’ammissione si richiedono – oltre ai requisiti di cittadinanza, maggiore età, idoneità fisica e godimento dei diritti politici – i seguenti titoli: “Laurea specialistica, o laurea magistrale, o diplomi di laurea, rilasciati ai sensi della legge n.341 del 1990 in archivistica e biblioteconomia; diploma di specializzazione, o dottorato di ricerca, o master universitario di secondo livello di durata biennale in materie attinenti il patrimonio culturale, oppure diploma delle scuole di alta formazione e di studio che operano presso il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo” oppure i titoli equipollenti: “qualunque laurea specialistica, o laurea magistrale, o diplomi di laurea rilasciati ai sensi della legge n. 341 del 1990; diploma di specializzazione delle scuole di alta formazione e di studio che operano presso la Scuola di specializzazione in beni archivistici e librari o presso le Scuole di archivistica, paleografia e diplomatica del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo istituite presso gli archivi di Stato o titoli equipollenti; oppure dottorato di ricerca o master universitario di secondo livello di durata biennale in beni archivistici o equivalente”.
La procedura concorsuale si articola in quattro fasi: una fase preselettiva, una fase selettiva scritta – composta da due prove, una teorica e una pratica -, una fase selettiva orale e infine una fase di valutazione dei titoli. Soffermandoci sulle conoscenze oggetto di verifica da parte della commissione, si richiedono “conoscenze relative alle materie e ambiti disciplinari specifici del profilo concorsuale, nonché relative alla lingua inglese e alle tecnologie informatiche e della comunicazione”, (il grassetto è di chi scrive). In riferimento a quest’ultime si specifica la richiesta di “conoscenze relative alle tecnologie informatiche e/o della comunicazione e/o al Codice dell’Amministrazione Digitale”. Dalla lettura dei titoli è possibile desumere come non esista la necessità di accertare il possesso da parte del candidato di qualifiche attestanti competenze in ambito giuridico/digitale. Tra le conoscenze oggetto d’esame le “tecnologie informatiche” si presentano come disciplina a sé stante, rispetto alle materie e agli ambiti disciplinari specifici per il profilo richiesto, parimenti il Codice dell’Amministrazione Digitale finisce per essere praticamente opzionale. Questo è ciò che viene oggi richiesto al Pierre archivista di Stato. Ed è del tutto stridente con quanto previsto dalla norma UNI 11536 “Qualificazione delle professioni per il trattamento dei dati e dei documenti. Figura professionale dell’archivista. Requisiti di conoscenza, abilità e competenza”, coerente con il Quadro Europeo delle Qualifiche – EQF. 
Immaginiamo invece il nostro protagonista seguire le sue nuove inclinazioni digitali. Agli occhi di Pierre si schiuderebbe apparentemente un orizzonte ricco di possibili profili ai quali ambire, la cui descrizione e definizione è riportata nell’allegato tecnico 1 (comune ai tre DPCM contenenti le regole tecniche, in materia di protocollo, conservazione e formazione). Procedendo con ordine, per quanto concerne l’ambiente gestionale, Pierre potrebbe aspirare al ruolo di Responsabile della Gestione documentale, una figura di tipo dirigenziale preposta al servizio per la tenuta del protocollo informatico, alla gestione dei flussi documentali e degli archivi, per la quale tuttavia sono richieste solo opzionalmente delle professionalità tecnico archivistiche, altrimenti sostituibili con “idonei requisiti professionali” (non meglio specificati dal legislatore). Rivolgendosi poi all’ambito conservativo, anche alla luce di quanto previsto dalla circolare n.65 del 10 aprile 2014 emanata da AgID, egli potrebbe ambire invece a un ruolo per il quale sono richieste specifiche competenze professionali, ossia quello di Responsabile della funzione archivistica di conservazione, che coadiuva il Responsabile della conservazione nella definizione e gestione del processo. A ben vedere il settore digitale non è che offra al nostro protagonista un ventaglio di possibilità così ampio, in relazione alle sue inclinazioni professionali. La crisi “bipolare” affrontata da Pierre restituisce specularmente la dicotomia che si sta verificando in questo momento storico all’interno del settore archivistico nazionale. Istituzioni tradizionali e centri di conservazione digitale richiedono, di fatto, figure professionali sì differenziate, ma distanti. Bisogna chiedersi quanto possa essere effettivamente pacifica una distinzione così radicale, sul piano formativo e lavorativo, in rapporto alla salvaguardia del patrimonio documentale. L’archivista che oggi viene assunto tramite concorso, con quei requisiti, è lo stesso che domani si ritroverà a contatto con le memorie digitali, le quali – com’è risaputo – se non correttamente formate e gestite (da figure che devono possedere adeguate competenze tecnico-archivistiche) non arriveranno mai a vedere il domani. Ė dunque pur vero che l’innovazione dovrebbe procedere senza distogliere lo sguardo dalla tradizione. Tuttaviarisulta parimenti necessaria la ridefinizione delle professionalità richieste all’interno degli archivi di Stato, anche alla luce degli standard di settore: l’interazione tra le dinamiche tradizionali e quelle digitali si può concretizzare di fatto solo attraverso una vera e propria “contaminazione” e cooperazione tra professionisti che svolgono, in fondo, lo stesso “mestiere” di consegna della memoria alle future generazioni.  
In conclusione il consiglio che si può offrire al nostro fantomatico protagonista è quello di orientarsi verso una formazione “completa”, in grado di curare la dilagante tendenza al bipolarismo: solo con una formazione adeguata e aperta all’innovazione tecnologica potranno strutturarsi figure professionali in grado di gestire e conservare le memorie digitali, un’attività che non può essere ancora rimandata o percepita come “altro” rispetto alla professione dell’archivista, con la “A” maiuscola.